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BEAUTY NEWS

Una risorsa dedicata alla moda africana diventa una destinazione per lo shopping: Industrie Africa diventa e-commerce, aprendo al strada alla scoperta di brand e talenti africani.

Fondata nel 2018 come piattaforma-showroom dedicata ai brand e alla creatività del continente dall'idea di Nisha Kanabar, nata e cresciuta a Dar es Salaam, in Tanzania, Industrie Africa è diventata velocemente in oltre 100 Paesi in tutto il mondo un punto di riferimento e una vetrina digitale per la moda africana di oggi. 

Ora, da showroom digitale, Industrie Africa diventa una piattaforma a 360 gradi e una destinazione per lo shopping dei brand più interessanti del continente. Dall'artigianato quotidiano al lusso consapevole, Industrie Africa presenta molti brand di nuova generazione, tra cui alcuni tra i protagonisti comparsi sulle pagine di Vogue Talents negli scorsi anni come Lisa Folawiyo (Nigeria), Loza Maleombho (Costa d'Avorio), Orange Culture (Nigeria), Studio 189 ( Ghana) e Tongoro (Senegal). 

Naija: primavera estate 2020 dei talenti Nigeriani
Headpiece Viviers Studio,  abito Three As Four, scarpe e calze della stylist
Headpiece Viviers Studio,  abito Three As Four, scarpe e calze della stylist
Abito Viviers Studio in collaborazione con Marlene Hetie
Abito Viviers Studio in collaborazione con Marlene Hetie
Abito Viviers Studio
Abito Viviers Studio
Abito Viviers Studio
Abito Viviers Studio
Total look  NKWO, scarpe dello stylist
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Total look NKWO
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Corona e blazer Viviers Studio
Corona e blazer Viviers Studio
A sinistra completo Three As Four, a destra completo Viviers Studio
A sinistra completo Three As Four, a destra completo Viviers Studio
Headpiece e vestito Viviers Studio
Headpiece e vestito Viviers Studio
Headpiece e vestito Viviers Studio
Headpiece e vestito Viviers Studio
Abito Viviers Studio in collaborazione con Marlene Hetie
Abito Viviers Studio in collaborazione con Marlene Hetie
Camicia Three As Four
Camicia Three As Four
Abito Viviers Studio
Abito Viviers Studio
Abito Three As Four
Abito Three As Four

Un'attenzione particolare è dedicata ai temi della sostenibilità, raccontata anche attraverso Imprint, il progetto editoriale che offre un accesso senza precedenti alle voci e agli opinion leader che rappresentano l'industria della moda africana, per ridefinire la narrativa sulla moda e la cultura pan-africane tradizionali, valorizzando al tempo stesso le specificità locali.

Industrie Africa è frutto dell'impegno e del lavoro Nisha Kanabar insieme a un comitato consultivo, composto da figure di spicco della moda internazionale: Omoyemi Akerele (Style House Files, Lagos Fashion Week), Hanneli Rupert (Merchants on Long, OKAPI), Vika Shipalana (VBS Luxury) , Roberta Annan (African Fashion Foundation, IFFAC), Sunny Dolat (The Nest Collective, HEVA Fund, ITC SheTrades) e Alexander-Julian Gibbson (direttore creativo).



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Quali sono i gioielli preferiti di Coco Chanel? È vero che mixa “real” e “fake”? 

Coco Chanel è stata una delle donne più famose e influenti della sua epoca: con le due idee rivoluzionò il look femminile, arrivando ad oggi con la creatività e la ri-editazione contemporanea prima di Karl Lagerfeld poi di Virginie Viard. Ma la sua moda non è fatta solo di tailleur, borse a tracolla, scarpe two tone: la sua stessa figura rimane indelebile nell'immaginario collettivo per la puntuale scelta dei suoi gioielli.

Il suo spirito creativo ha infatti travolto anche la gioielleria e l'Alta Gioielleria, sempre fedele al suo motto “Voglio far parte di quello che sta accadendo”. Lei infatti è stata la prima couturier parigina a usare i costume jewels, prima su stessa poi nelle sfilate. Sappiamo bene della sua vena rivoluzionaria: Gabrielle Chanel rifugge dalle convenzionalità, dalla tradizione e si tiene ben lontana dai simboli smaccati della ricchezza. Lo vediamo nell'abbandono di crinoline, pizzi e merletti a favore di pantaloni, righe marinière, austeri tubini neri e completi tagliati in comodo jersey o tweed. 

Douglas Kirkland/CorbisIl segreto dello stile di Coco Chanel sta nei suoi gioielli

In contrapposizione al suo stile così androgino (oggi potremmo definirlo smart) si stagliano pezzi di Alta Gioielleria importanti, spesso ricoperti da bellissimi diamanti tagliati ad arte. Pensiamo alla prima mostra di Alta Gioielleria, del Novembre del 1932. Non solo Coco va oltre e pone l'attenzione sul “real” e “fake”, quel sottile confine tra gioiello e bijoux: è la prima a mixare perle vere e finte, ad accostare gemme preziose a quelle realizzate artificialmente con paste colorate. E lo sperimenta su se stessa, con ampie collane, spille, bracciali che catturano l'attenzione. Come lei sa fare, disarma la sua risposta diretta e sincera alla domanda da dove vengono questi pezzi che adornano il look: “C'est un faux”.

Chanel

Il vero segreto del suo stile, è proprio questo sapiente mix di gioielli preziosi e bijoux. Un piacere provocatorio, nonché fonte d’ispirazione e atteggiamento a metà strada tra semplicità e raffinatezza. I primi pezzi di bijoux disegnati da Mademoiselle risalgono a quasi cento anni fa:  la couturier li realizza in collaborazione con alcuni bigiottieri e orafi, per completare un look moda, così da diventare un complemento della silhouette. Questa filosofia è tuttora presente nelle sfilate di Chanel: le collane a bavaglino coprono il décolleté, i bracciali completano i polsini di un abito. Un'importante lezione di stile che Karl Lagerfeld e Virginie Viard continuano ad applicare e sviluppare.

Chanel

La maestria sta proprio nel bilanciare la sobrietà dell'outfit, spesso definita dalla bicromia, con l'abbondanza e ricchezza dei pezzi indossati, una profusione di pietre, finte perle e metalli preziosi come il vermeil, il metallo placcato e il bronzo. Non solo: il gioco “real-fake" si sviluppa anche nell'abbigliamento vero e proprio, come le cinture gioiello ricoperte di perle, cristalli e stones, bottoni dorati che chiudono le più lineari box jacket.

Non solo perle…

La perla è nel DNA della Maison francese, ma negli anni il suo patrimonio si è arricchito di altri elementi distintivi. Negli anni si aggiunge il leone (nonché segno zodiacale della stilista), le croci e il grano. I tre simbolo fanno parte dei temi bizantino e barocco, segno della liason lavorativa con l’orafo Robert Goossens, nata nel 1954. La lavorazione del metallo è simile a quella della gioielleria, ma viene realizzata con vetro colato e cristallo di rocca al posto delle pietre preziose. Chanel e Goossens lavoravano a quattro mani, un dialogo creativo nato giorno dopo giorno, grazie allo scambio culturale dalle rispettive letture e visite ai musei: ne sono esempio gli orecchini “a nido”. La relazione tra l'atelier Goossens e Chanel perdura nel tempo, anche dopo la morte di Coco Chanel (10 Gennaio 1971), ricevendo così il titolo di Métiers d’Art di CHANEL nel 2005.

Ma non è l'unico nome al fianco di Gabrielle Chanel: nel 1965 la Maison affida parte dell'ampia produzione a Desrues. Qui la tradizione bigiottiera incontra la tecnologia, con la sperimentazione di nuovi materiali, incisioni laser, stampa 3D. Ogni bijou realizzato può essere immerso nell’oro, nel rame o nell’argento, inciso, cesellato, smaltato, dipinto, tinto, incastonato prima di essere ritoccato, lucidato e controllato a mano, uno per uno. Da una stagione all’altra, nessun modello viene mai riprodotto uguale.

Gioielli
Chanel: 8 gioielli della collezione Cruise 2020-2021
Collane, choker, orecchini e persino cinture gioiello
Dopo Coco Chanel, Karl Lagerfeld e Virginie Viard

Karl Lagerfeld, dotato di straordinaria creatività e sense of humour, ha reinventato i codici stilistici di Chanel: dal 1983 ha dato la sua visione gioiosa e contemporanea, giocando con i classici, inventando nuovi modi di indossare i capi, sovrapponendo all’infinito collane, sautoirs, bracciali e orecchini.

Chanel : Runway - Haute Couture Fall/Winter 1987/1988Daniel SIMON

Con Virginie Viard, i codici e i simboli tanto cari a Gabrielle Chanel vengono enfatizzati in infinite combinazioni: doppie C, camelie, nastri, perle e catene intrecciate con la pelle… sottili, raffinati ed audaci strizzano l’occhio al tema di ogni collezione. Il desiderio di sovrapposizione implica infine chiavi di lettura e accostamenti, riportando così in auge la lezione di stile di Coco Chanel. Non solo: la stilista ha riportato l'attenzione sulle collane bavarole, “a bavaglino”, che coprono il décolleté aperto a importanti scollature a “V”, le croci bizantine in chiave bold e le cinture gioiello appoggiate sui fianchi o volte a segnare il punto vita, anche in abbinamento a jeans e bikini.



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“Dobbiamo dimenticare noi stessi attraverso i pois”, ci insegna l'artista giapponese Yayoi Kusama. Oggi i polka dots si aggiudicano la nomea di tormentone dell'estate. Vale per la moda, grazie ad abiti dall'allure rétro alla Pretty Woman, e vale anche per la manicure. Le unghie a pois sono cliccatissime e popolari anche su Instagram. 

Unghie primaverili 2020
Unghie primaverili: 10 nail art da provare 
Non mancano i toni pastello e i dettagli delicati, ma anche le nail art di carattere e gli accent che rendono le unghie protagoniste della primavera. Ecco le 10 ispirazioni da provare a replicare

Anche Vivetta aveva predetto questo trend: sulla passerella Primavera/estate 2020 aveva infatti fatto sfilare una confetti nail art dai bagliori cangianti, realizzabile anche con il fai da te; la tecnica è simile alla french manicure. Per chi è alle prime armi, suggeriamo di prendere uno stuzzicadenti per creare puntini colorati sulla manicure (già fatta, salvo il top coat che andrà steso alla fine del lavoro). Le più esperte potranno usare invece una punta più sottile, come quella degli aghi, oppure provare ad applicare delle stampe già preconfezionate. La forma che si presta meglio a questo tipo di manicure è quella arrotondata, semplice e romantica. Le più audaci potranno sperimentare anche le unghie a mandorla mentre, bandite, sono le punte squadrate. Qui le 10 unghie a pois più popolari su Instagram, da emulare quest'estate.

Vivetta, Primavera/estate 2020
Vivetta, Primavera/estate 2020


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Non c’erano happy hour in quegli anni Cinquanta. Per il sacro rito dell’aperitivo, Milano dispiegava già un campionario di indirizzi non indifferente per qualità, varietà e quantità. Rimanevano le osterie e non solo ai margini della città, ma se si andava in centro, a cominciare da quel Camparino che è ancora lì, dal 1915, all’ingresso della Galleria versante Duomo, o nel vicino Bar Motta, di luoghi d’incontro ce n’erano davvero molti. Un nuovo indirizzo arrivava nel 1957, non era su strada, ma in cima a uno dei nuovi edifici che stavano modernizzando il volto del capoluogo lombardo. Oggi che si torna più o meno cautamente a incontrarsi prima di cena, sembra giusto ricordare quella Terrazza Martini che per tanto tempo è stata un vero cult della socialità, variamente declinata fra cultura e spettacolo. Autore del progetto era Tomaso Buzzi, architetto molto visionario che firma anche tutte le altre terrazze Martini in giro per il mondo. Oggi quegli ultimi due piani a Milano non sono più come sono stati per decenni e come li abbiamo raccontati su Casa Vogue nell’aprile 2008. Anche il panorama che si gode da lassù e che nei giorni più limpidi arriva fino alle montagne è un po’ cambiato, arricchito di nuove torri e geometrie di vetri e acciaio. È giusto che sia così. A non cambiare, per fortuna, dev’essere il gusto e il piacere di un buon cocktail... (Paolo Lavezzari)

Al vertice di una delle architetture più significative degli anni Cinquanta a Milano – il grattacielo in piazza Diaz di Luigi Mattioni, l’elegante stecca in cemento e vetro che si staglia, perfettamente al centro, percorrendo galleria Vittorio Emanuele II –, l’allestimento escogitato tra il 1957 e il 1958 da Tomaso Buzzi per gli ambienti della Terrazza Martini si conservava fino alla fine degli anni Ottanta nella sua originaria configurazione. Certo, la terrazza, esiste ancora, è sempre uno spazio emozionante, proiettato come è sulle guglie del Duomo, ma è scomparso in seguito a ristrutturazioni il prezioso involucro creato da quel singolare progettista che è stato Buzzi. Il contrasto tra i due organismi, il grattacielo e la terrazza, non poteva essere stilisticamente più marcato e proprio per questo unico, irripetibile. 

courtesy Archivio Tomaso Buzzi, La Scarzuola

Mattioni, modernista d’assalto, promotore di uno sviluppo di Milano in altezza, aveva concepito l’intero complesso di piazza Diaz ispirandosi al Rockefeller Center di New York. Un altro segnale della avvenuta rinascita imprenditoriale della città e del suo dinamismo dopo la guerra. Buzzi, però, sul tronco international style di Mattioni si era innestato con tutta la sua variegata cultura citazionista, tra Settecento rivisitato e bagliori post surrealisti. Distaccandosi sia dalla scontata intonazione antiquariale (allora in forte presa sull’onda del successo della prima mostra nazionale dell’antiquariato tenuta a Firenze nel ’59), sia dalla dimostrazione un po’ tronfia dei “danee” (i soldi) guadagnati, ricorrendo a suffissi maggiorativi poco eleganti (il divanone, la poltronona, il vellutone); l’effetto, come le immagini evidenziano, era invece di una sognante rilettura del tempo che fu, trattata con leggerezza e ironia da teatrino di cartapesta. 

courtesy Archivio Tomaso Buzzi, La Scarzuola

Il richiamo alle quinte deliziosamente fasulle della sigla di Carosello, allora debuttante in prima serata, viene giustamente spontaneo. E in quel tornare appare intatto tutto il colto, esoterico Buzzi, interior designer raffinatissimo, amico e sodale di Gio Ponti, presente nel dibattito progettuale milanese tra le due guerre, ma che, proprio in quegli anni, opta per una sorta di sdegnoso ritiro (cui corrisponde un’incontrastata ascesa tra i favori dell’aristocrazia e alta borghesia italiana) nel convento della Scarzuola appena acquistato. Nel racconto e nei ricordi di Marco Solari, erede e curatore dell’archivio di Buzzi, la figura dell’architetto s’illumina in una caleidoscopica sequenza di aneddoti professionali e di vita vissuta. 

La stessa attività svolta per Martini e Rossi – a partire dai lavori per la sede madre a Pessione vicino a Torino, proseguita con le altre terrazze realizzate, a fianco di quella milanese (quella di Londra, nel 1960, sulla sommità della New Zealand House; di Genova, nel 1965, sulla vetta del grattacielo di Piacentini in piazza Dante, rallegrata con l’inserimento tra gli arredi di una vera nave in legno; di Roma, nel 1969, in viale Mazzini nei pressi della sede Rai) – è in tal senso indicativa; l’incarico gli venne dall’amicizia con un altro personaggio da romanzo, il conte Theo Rossi di Montelera, industriale e campione di offshore di cui è noto il ritratto dipinto da Salvador Dalí

courtesy Archivio Tomaso Buzzi, La Scarzuola

Accompagnato da uno stuolo di fedeli artigiani ed esecutori, nell’allestimento della terrazza milanese Buzzi propone con personale intonazione un’idea scenografica del disegno d’interni che in Italia, a differenza della Francia, è destinata a una posizione di retroguardia rispetto alla linea maestra della modernità e del design. Un’idea che, invece, proprio per questo, è carica di suggestione. Non si tratta infatti di quella pedissequa imitazione del passato che trova spesso nella produzione d’Oltralpe un’irritante accondiscendenza (vedi gli stentorei arredi Luigi XIV-XV o Style Empire pubblicati in piena Space Age dalle riviste francesi). Ed è anche qualcosa di assai diverso dal revival antico a buon mercato dei molti mobilieri sparsi sul suolo italiano, tra Brianza e Veneto.

courtesy Archivio Tomaso Buzzi, La Scarzuola

Quello di Buzzi è un approccio più educato, benché volutamente (e capricciosamente) démodé: vi agisce al suo interno, come naturale controllo del gusto, un lungo percorso di affinamento filtrato attraverso episodi di alta eleganza espressiva già nelle prime fasi della sua carriera. Un esempio? Quei mobili asciutti, puliti nelle forme e nei dettagli (con un occhio un po’ a Ruhlmann e un po’ a Hoffmann), presentati sotto la sigla Il Labirinto (il gruppo composto da Buzzi, Ponti, Lancia, Marelli, Venini e Chiesa) alla Terza Biennale di Monza del 1927. Qui, alla Terrazza Martini, il tocco lieve di Buzzi fa riverberare le sottili gambe in ottone degli sgabelli e delle poltrone sulla tavolozza marmorea in “Rosso di Francia” del pavimento (colore e qualità del marmo scelti, pare, anche per convenienza economica, dal conte Theo in persona), producendo un effetto di galleggiamento in piena sintonia con l’aerea atmosfera dello spazio. 

courtesy Archivio Tomaso Buzzi, La Scarzuola

Nei ghirigori attorno alla sigla aziendale MR e nel gioco “planetario” di simboli suggerito dai lampadari – dove sono poste in rilievo le sedi della Martini e Rossi nel mondo – e dai papier peint alle pareti del pittore Angelo Zappettini (un giro della terra, da e per Torino, via Milano, Parigi, Bruxelles, Londra, Nord America, Africa, Oriente, Madrid e Roma) si dispiega il principio del disegno d’interni fatto ancora di “pezzi” unici e di maestria esecutiva: nostalgica (quanto aristocratica) presa di posizione contro la dittatura moderna del mobile in serie, standardizzato. 



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L’attore Theo Germaine, 28 anni, è conosciuto in particolare per aver interpretato James Sullivan, lo studente del liceo che si trasforma in uno scaltro consulente per la campagna elettorale nella serie Netflix di Ryan Murphy The Politician. Nonostante sia un ruolo destinato a un trans maschio, la trama non si sofferma sul sesso del personaggio, ed è rigenerante vedere qualcosa di simile sullo schermo. Detto questo, Germaine, che prima ha cercato di essere una femmina poi ha passato gli ultimi anni dell’adolescenza da maschio per decidere infine “’fanculo questa roba” e identificarsi nel genere non binario, vorrebbe vedere cambiamenti più significativi nell’industria del cinema: “Sapete, essere limitati a recitare solo alcuni selezionati personaggi transgender che Hollywood giudica accettabili da portare sullo schermo non è eccitante,” dice. “Voglio che a me e a tutti i miei amici siano date le stesse opportunità degli attori maschi bianchi cisgender (il termine cisgender è il contrario di transgender, quindi significa persona che accetta il sesso con cui è nato, ndr).” Con la seconda stagione di The Politician approdata da poco su Netflix, abbiamo incontrato l’attore via Zoom per discutere di com’è stato crescere circondato da standard di bellezza eurocentrici e di come da allora cerchi di smantellarli.

Che età avevi quando hai iniziato a interessarti al tuo aspetto?

“Sono sempre stato una persona che ama esprimersi attraverso il look, si tratti di trucco o di travestimenti. Il primo tipo di make-up con cui ho iniziato a divertirmi è stato la pittura facciale. Mi piaceva usare il mio viso come una tela e farlo diventare simile a quello di un animale o altro.

“Mentre maturavo la mia comprensione dei generi, ero tipo ‘Direi che mi sento un ragazzo, ma mi piace anche un sacco vestirmi da principessa’. Ma poi ho cominciato a farmi delle domande. Ho provato a respingerle per un po’ intorno ai 12, 13 anni. Ho fatto grandi sforzi per inserirmi tra le ragazze popolari a scuola, guardando cosa indossavano e che tipo di cosmetici usavano, ma poi mi sono detto ‘Così non funziona. Mi piace come maschera, ma non sono io’”.

In che modo crescere nel Midwest ha inciso sul tuo concetto di bellezza?

“Sono cresciuto nell’Illinois centrale, in un paesino minuscolo. Non c’era praticamente nessuna diversità lì, solo ruoli di genere molto rigidi e standard di bellezza eurocentrici. Quindi la mia idea di bellezza si è formata in mezzo a questi stereotipi da cui poi mi sono dovuto liberare.

La bellezza si basa molto sui generi binari. Deve essere stato molto difficile per te…

“Bisogna imparare molto per non dar retta agli altri quando si tratta di cosa è bello. Essendo cresciuto con questi rigidi ruoli di genere, quando avevo 18 o 19 anni il mio processo di coming-out è consistito nel cambiare me stesso in senso opposto per inserirmi in quest’altra parte della società. Per cui ho iniziato a evitare certe cose, tipo truccarmi o indossare colori sgargianti. Durante questo processo, ero tipo ‘Sì, sono decisamente un ragazzo, uso i pronomi maschili, nient’altro’. Al tempo mi sentivo ancora nel mezzo, ma c’era poco spazio nel mondo per chi si sentiva così. Gli ambienti di lavoro di cui facevo parte erano molto maschili, m’incutevano un certo timore e quindi cercavo di amalgamarmi. Poi a un certo punto, quando avevo circa 22 anni, ho smesso e basta. Mi sono detto, ‘Farò quello che mi pare e spero che altri facciano altrettanto’.”

Credi che il make-up debba essere associato al genere?

“Molta di questa roba è costruita. Ho cominciato chiedendomi ‘Perché ci sono queste regole? Che storia hanno?’ Perché molti di questi stereotipi sono basati su standard eurocentrici, e questo è davvero razzista. Come società, spero in una spinta forte a mettere in discussione le cose. Ma temo che non ci sarà perché ci sono così tante persone che si adoperano per legittimarle. Molti avrebbero paura se d’un tratto si sentissero dire ‘Questa cosa non significa che sei di genere maschile e quest’altra non significa che sei di genere femminile’. Ma non vuol dire cercare di rendere tutti gender-neutral, perché penso che il genere di ognuno sia una cosa personale.”

Theo Germaine as James Sullivan in The Politician.
Theo Germaine as James Sullivan in The Politician.
Photography Getty ImagesCosa pensi possa fare l’industria del beauty per aiutare ad abbattere alcuni di questi rigidi stereotipi?

“Credo sarebbe fantastico se vivessimo in una società dove le pubblicità e i brand del make-up trasmettessero un messaggio del tipo ‘Ehi, chiunque voglia portare questo trucco e si senta bene usandolo, vada a comprarlo’. Le aziende del settore beauty fanno un sacco di soldi con gli stereotipi di genere, dicendo ‘Ehi, tu sei una donna, hai bisogno di questo prodotto per essere bella’. Ma non è vero. Compralo solo se ti fa sentire bene. Perché la motivazione principale per portare il trucco è che è divertente. Mettono tanta pressione anche ai maschi, perché quelli che si truccano sono considerati gay o non virili.”

Come influiscono questi stereotipi di genere nella tua carriera di attore, dove devi ‘avere l’aspetto giusto’?

“Nella mia esperienza, è più probabile che i casting director dicano, ‘Questo trans non va bene’ o ‘Non riesco a immaginare questa persona in questo ruolo’. È uno svantaggio enorme. Se vado a un provino dove, per dire, stanno cercando un maschio bianco di circa questa età, io sarò probabilmente uno dei pochi non cisgender che si presentano. Il che mi rende automaticamente una potenziale wild card. Il responsabile del casting a volte non sa neanche se mettermi nella lista per i provini. Quindi so di avere meno chance rispetto alla maggior parte della gente a causa degli stereotipi di genere. Ma questo è parte di un discorso più ampio. A Hollywood, ci sono così tante pressioni per avere un certo aspetto che ci sono un sacco di attori che non vengono presi in considerazione perché siamo troppo ossessionati dalla bellezza e/o perché siamo una società razzista. Pur dovendo affrontare molte sfide nell’industria, il fatto di essere bianco me ne risparmia molte. Quindi abbiamo un sacco di lavoro da fare su questo fronte.”

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Le cose stanno cambiando?

“Penso che stiano cambiando, sì. Non penso che uno come me o come molti dei miei compagni attori sarebbe comparso in televisione anche solo cinque anni fa. Quindi ci sono delle piccole vittorie, ma nel complesso è un cargo trainato dal denaro che si muove molto lentamente.”

Quello che ho trovato geniale in The Politician è che anche se James Sullivan è una parte specificamente destinata a un maschio trans, il genere del personaggio non è mai nominato. È questo il tipo di ruolo che ti sta bene continuare a interpretare o vuoi interpretare personaggi maschi cisgender?

“Ci sono un sacco di ruoli che vorrei fare e che sono tradizionalmente affidati a tipi cisgender con un aspetto molto specifico. Voglio fare fantascienza; voglio fare azione; voglio fare i Marvel. E ci sono così tanti attori di talento che non li fanno perché non hanno l’aspetto giusto. E sapete una cosa? Al diavolo questa stronzata!”

The Politician
The Politician
Photography NetflixCosa possiamo aspettarci da James nella seconda stagione?

“Non so quanto posso dire, ma è ancora a scuola. È presissimo e credo ci siano un po’ di cose che non è ancora pronto ad affrontare. Forse è un po’ prigioniero di alcune sue vecchie abitudini. Ci sono alcuni aspetti in cui deve crescere.”

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Cosa speri per l’industria del cinema e per il mondo in generale?

“Voglio battermi perché ci siano maggiori opportunità nel cinema. C’è tanto bisogno di cambiamento. Credo che ci vorranno tante persone nuove che faranno sentire la loro voce; penso che tanta gente che si sentiva a suo agio debba iniziare a sentirsi a disagio. Mi auguro anche che ci sia un reale incremento nell’arte in generale, perché ci sono un sacco di limitazioni lì. E questo si può estendere al mondo, nel senso che ci sono così tante cose che accettiamo, e fa davvero paura ritrovarsi a dire, ‘Cavolo, questo non è abbastanza buono’. Ma spero che la gente si prenderà più rischi e comincerà a parlare apertamente delle cose”.

Potete guardare la seconda stagione di The Politician su Netflix.



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Potreste pensare che la vostra skincare routine debba iniziare con un semplice detergente ma molti nutrizionisti vi direbbero che parte tutto da ciò che mangiate. “Quello che introducete nel vostro corpo diventa letteralmente la vostra pelle”, afferma la nutrizionista olistica Afya Ibomu. Di conseguenza, gli ingredienti da cucina stanno diventando man mano gli elementi basilari del beauty con un interesse sempre maggiore verso i cosiddetti super food.

Inoltre, grazie all’intraprendenza da lockdown per un beauty fai-da-te, c’è un trend crescente che prevede che certi super food vengano messi direttamente sulla pelle (vedi Kendall Jenner e la sua maschera “da quarantena” all’avocado). 

Anzi, CB Insights riferisce che il cibo è proprio la tendenza che sta cambiando il volto dell’industria beauty nel 2020. Questo fa parte di una più generale transizione, all’interno del settore, verso prodotti di bellezza “puliti” con una ricerca condotta da Ecovia Intelligence che mostra che i marchi clean si stanno spostando dall’industria del cibo alla cosmesi. Termini come vegano, biologico e senza glutine non appaiono più fuori luogo quando si parla di beauty.

Per mettere in pratica il trend, sia a tavola che sul nostro volto, abbiamo chiesto agli esperti quali super food val la pena introdurre nella lista della spesa per il bene della nostra skincare estiva.

1. Aloe vera

Dopo averci consigliato di stare alla larga da troppo zucchero bianco per scongiurare le infiammazioni che causano l’acne, la rosacea, l’eczema a la psoriasi, e di evitare i cibi preconfezionati che possono disidratare la pelle, la prima indicazione della dottoressa Ibomu è l’aloe vera che, a quanto ci spiega, contiene antiossidanti, enzimi, vitamina A, B, C e E nonché l’acido folico, e ha proprietà antiinfiammatorie. “Utilizzate il gel all’interno della foglia. È possibile trasformarlo in succo puro al 100% e berlo. Personalmente amo mixare un terzo di succo di aloe e due terzi di acqua di cocco per una migliore idratazione e una pelle radiosa”.

Close Up Of Green LeavesPhotography Getty Images

Oltre a bere il succo di aloe, che è disponibile in erboristeria e nei negozi di prodotti naturali, Ibomu ci ricorda che la pianta è impiegata da tempo come trattamento topico nel settore beauty. “In una forma o nell’altra, la utilizzo quasi quotidianamente. È incredibilmente versatile e se ne può fare un uso sia interno che esterno”, ci spiega. “Per via del suo contenuto di sodio e potassio, ha un alto potere idratante per le cellule, gli organi e la pelle”. Ci dice inoltre che per un uso topico è meglio scegliere l’aloe fresca anche se, sul mercato, esiste tutta una varietà di prodotti che contengono questo ingrediente.

2. Frutta

Dietologa e nutrizionista, Marisa Moore, è d’accordo che ciò che mangiamo e beviamo può avere un impatto enorme sulla nostra salute e il nostro aspetto. “La pelle è l’organo più esteso”, dichiara. Nonostante il consiglio sia di rivolgersi ad un dermatologo per problemi seri, oltre a dormire a sufficienza e cercare di abbassare lo stress, ritiene che concentrarsi sull’idratazione e seguire un’alimentazione bilanciata con tanta frutta e verdura fornisca sostanze in grado di nutrire e proteggere la pelle.

A colourful spectrum of fruit: oranges, lemons, limes, mandarins, grapes, plums, grapefruit, pomegranate, persimmons, bananas, cherries, apples, mangoes, blackberries and blueberries.Fruit Board 1
A colourful spectrum of fruit: oranges, lemons, limes, mandarins, grapes, plums, grapefruit, pomegranate, persimmons, bananas, cherries, apples, mangoes, blackberries and blueberries.
Enrique Díaz / 7cero

Nello specifico, ci ha indicato alcune tipologie di frutta particolarmente utili. “Potreste sorprendervi nello scoprire che, in materia di salute della pelle, alcuni degli alimenti che assumiamo quotidianamente possono essere benissimo considerati dei veri e propri “super food”. Le arance e gli altri agrumi rappresentano un modo dolce di assumere un’iniezione di vitamina C e acqua molto preziose per la cute. Questo è molto importante dal momento che la vitamina C è essenziale per la crescita e la riparazione dei tessuti”. Altrettanto consigliati sono i frutti di bosco che forniscono antiossidanti e vitamina C.

3. Muschio di mare

Ibomu spiega che in Irlanda, in Africa e in Giamaica, il muschio di mare viene utilizzato da generazioni. “Da un punto di vista interno, contribuisce alla formazione delle cellule, del sangue e dei tessuti. L’intera pianta può essere lasciata in ammollo, pulita a trasformata in un gel da aggiungere a smoothie, succhi e tè. Da un punto di vista topico, può essere utilizzata come maschera per il volto per curare le cicatrici da acne e le macchie”. Aggiunge, inoltre, che il muschio di mare è una delle poche fonti vegane di EPA, un acido grasso omega-3 dai vari benefici per la pelle in quanto controlla la produzione di sebo, riduce l’invecchiamento precoce e l’acne. “Contiene vitamine e sali minerali tra cui ferro, magnesio, fosforo, zinco, vitamina A, vitamina K e acidi grassi omega-3, che aiutano a idratare e promuovono un sano funzionamento delle cellule dell’epidermide”. Il muschio di mare è disponibile in capsule in erboristeria e presso i negozi di prodotti naturali.

Close-Up Of Moss On BeachPhotography Getty Images4. Moringa

La Moringa oleifera è una pianta ricca di vitamine e proteine. “Ha un contenuto di vitamina C sette volte superiore alle arance, il che contribuisce a neutralizzare i radicali liberi causa di rughe, invecchiamento precoce e perdita di elasticità e tono della pelle”, ci informa Ibomu. “La proteina della moringa aiuta inoltre a proteggere le cellule dell’epidermide dai danni”. Uno studio del 2014 indicava che una formulazione topica contenente estratto di moringa è “In grado di rivitalizzare la cute e ridurne i segni dell’invecchiamento”.

Top view of fresh honey in glass bowl with wooden spoon on pink background,
Health Focus
I benefici del miele e del miele di moringa 
Ottimo sostituto dello zucchero, può essere grande alleato non solo in cucina. I benefici del miele sono moltissimi e nella sua versione “di moringa” addirittura miracolosi 

Nota come “l’albero della vita”, questa pianta è nativa dell’India ma cresce anche in Asia, Africa e Sud America. Ibomu spiega che può essere assunta sotto forma di polvere da acquistare in erboristeria, e aggiunta agli smoothie, oppure cotta fresca e preparata come gli spinaci e il cavolo. Può già trovarsi all’interno dei vostri prodotti di bellezza anti-invecchiamento senza che ve ne siate mai accorte, come nel caso di Revitalizing Supreme+ di Estée Lauder.

5. Curcuma

Da antiossidante naturale, uno studio pubblicato nel 2001 ha dimostrato che la curcuma può contribuire alla rigenerazione della pelle attraverso un’azione che stimola la produzione di collagene. Altri studi hanno messo in luce come la curcumina – un estratto della curcuma – possa ridurre i danni da raggi UV.

Turmeric powderTurmeric powder and fresh turmeric in wood bowls on wooden table.
Turmeric powder
manusapon kasosod

Dal latte macchiato alla curcuma passando per snack energetici senza cottura al sapore di curcuma al curry, è chiaro che i benefici per la pelle e la salute in generale di questa spezia siano tali da renderla un alleato indispensabile. La makeup artist newyorkese Remi Odunsi suggerisce inoltre di utilizzarla come maschera. “Una parte importante del trucco è la cura della pelle e desiderano tutte quella luminosità naturale. Da donna di colore, uso la curcuma per l’iper-pigmentazione”, racconta a Vogue. “Potete mixarla alla vostra maschera preferita oppure abbinarla a miele e zucchero per uno scrub”.

6. Tè Verde

Secondo quanto riportato da Moore, le ricerche indicano che i polifenoli del tè riducono la produzione di sebo, che può aiutare a prevenire l’acne. Il tè verde rientra già tra gli ingredienti utilizzati nel settore beauty, come nel caso del Superfood Cleanser di Youth to the People. Ma anche berlo può essere una buona idea da aggiungere alle proprie abitudini. Secondo un articolo del 2017, l’EGCG (Epigallocatechina gallato) del tè verde possiede proprietà antiossidanti, anti-infiammatorie e antimicrobiche che si sono dimostrate utili nel trattamento dell’acne e della pelle grassa.

Directly Above Shot Of Matcha Tea In Bowl On TableSitthipong Inthason / EyeEm


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Tra le cose che il nostro parrucchiere di fiducia ci raccomanda sempre è di non esagerare con le fonti di calore che danneggiano i capelli. Ferro, piastra, phon, un giro con la spazzola tonda prima di uscire al mattino e alla sera: storie di ordinaria normalità. L'estate, però, è la stagione giusta per prendersi una pausa, facendo qualcosa di buono per i nostri capelli, e accontentando chi riesce ad esaudire sempre i nostri desideri di bellezza, anche quando gli chiediamo l'esatto colore di Jennifer Lawrence. Già, ma come asciugare i capelli al naturale nel modo giusto? Abbiamo chiesto a un esperto.

Niente inganno
Star senza trucco (né parrucco) 
Come noi anche le star non possono andare dal parrucchiere e quindi, oltre a mostrarsi senza trucco, svelano finalmente i loro i capelli naturali. Lo sapevate, per esempio, che Kylie Jenner fosse bionda?
I vantaggi di non usare il phon d'estate

“I vantaggi di non usare fonti di calore sui capelli sono molti. Per esempio, meno phon si usa, meno col tempo si crea l'effetto crespo", dice Alessandro Viggiani, titolare del salone Vigal&Jus di Milano, Porto Cervo e St. Moritz. “Si rovinano meno i volumi del taglio eseguito dal parrucchiere, il colore si mantiene di più e i biondi decolorati soffrono meno la secchezza. Al posto del phon si può utilizzare bene l'asciugamano trasformandolo in uno strumento per lo styling: se lo usiamo come centrifuga tende a increspare i capelli, ma se invece lo passiamo solo sulle punte, allora disciplina e aiuta a impostare la piega al naturale. La cosa migliore è utilizzare l'asciugamano sulla cute disegnando dei cerchi per togliere l'acqua, mentre sulle lunghezze va accompagnato in direzione delle squame per chiuderle".  La diminuzione dello styling termico dà tregua anche alla rottura dei capelli e alla formazione delle doppie punte, che rallentano la crescita. Per chi ha i capelli molto fragili e trattati chimicamente, prendersi una pausa dallo styling aggressivo significa riportarli a uno stato più sano. 

L'alternativa per disciplinare i capelli

Se possiamo fare a meno dei ferri, la stessa cosa non vale per i prodotti che aiutano a creare la base per la piega. “Come asciugare i capelli al naturale nel migliore dei modi? Consiglio di usare uno spray da applicare in radice per dare volume, e poi delle creme per le punte. Rispetto agli oli, le texture in crema riescono ad entrare più in profondità e a idratare dall'interno. Gli oli protettivi che si usano in spiaggia, per esempio, creano un film protettivo sulla cuticola che però rimane in superficie”, dice Viggiani. “Le più esperte possono poi creare dei torchon, tutti nella stessa direzione, per facilitare lo styling con onde naturali”. Questa combo donna ai capelli morbidezza e allontana l'effetto crespo

L'importanza della spazzola

Gli esperti ghd consigliano di sostituire le piccole spazzole con modelli grandi. “Mentre utilizzate la spazzola lungo il cuoio capelluto, massaggiate leggermente così da favorire la circolazione del sangue e contribuire a stimolare la crescita dei capelli sani. Inoltre, grazie all'ampia superficie vengono spazzolati più capelli contemporaneamente limitandone lo stress”, dice Zoe Irwin, ghd ambassador. 

R+Co Sun Catcher. Conditioner leave-in ricco di  vitamina C, acido ialuronico e collagene vegetale, ideale per chiudere le doppie punte, disciplinare e donare una dose extra di idratazione e protezione dai raggi UV.
R+Co Sun Catcher. Conditioner leave-in ricco di  vitamina C, acido ialuronico e collagene vegetale, ideale per chiudere le doppie punte, disciplinare e donare una dose extra di idratazione e protezione dai raggi UV.
Denisse BenitezRené Furterer, Astera Fresh. Concentrato lenitivo di freschezza agli oli essenziali freddi di menta e eucalipto. Si applica sul cuoio capelluto prima dello shampoo.
René Furterer, Astera Fresh. Concentrato lenitivo di freschezza agli oli essenziali freddi di menta e eucalipto. Si applica sul cuoio capelluto prima dello shampoo.
ALTERNA CAVIAR Replenishing Moisture CC CREAM, un trattamento
ALTERNA CAVIAR Replenishing Moisture CC CREAM, un trattamento "complete correction" per i capelli, a metà tra un primer e un conditioner leave-in.
Davines SU Hair Milk. Latte spray arricchito con filtri Uv. Ideale per proteggere i capelli dal sole ma anche per ammorbidirli dopo l'esposizione.
Davines SU Hair Milk. Latte spray arricchito con filtri Uv. Ideale per proteggere i capelli dal sole ma anche per ammorbidirli dopo l'esposizione.
ghd paddle brush, perfetta da passare prima di asciugare i capelli e per pettinare le onde.
ghd paddle brush, perfetta da passare prima di asciugare i capelli e per pettinare le onde.
Biopoint Hair Milk effetto invisibile. Protegge il capello da viraggi di colore, inaridimento e opacità, donando idratazione e nutrimento.
Biopoint Hair Milk effetto invisibile. Protegge il capello da viraggi di colore, inaridimento e opacità, donando idratazione e nutrimento.
Aveda, Nutri Plenish, multi-use hair oil. Composto al 100% da ingredienti naturali e da una miscela concentrata di 5 oli ricchi di nutrienti: melograno, cocco, avocado, girasole e argan. Si applica per disciplinare le punte o come pre-shampoo sui capelli asciutti.
Aveda, Nutri Plenish, multi-use hair oil. Composto al 100% da ingredienti naturali e da una miscela concentrata di 5 oli ricchi di nutrienti: melograno, cocco, avocado, girasole e argan. Si applica per disciplinare le punte o come pre-shampoo sui capelli asciutti.
Yves Rocher, Crema modellante per capelli ricci. Elimina l'effetto crespo per 48 ore. A base di fruttani di agave e semi di lino.
Yves Rocher, Crema modellante per capelli ricci. Elimina l'effetto crespo per 48 ore. A base di fruttani di agave e semi di lino.


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Estate, sole, Riccione, amici… Gli ingredienti ci sono tutti, la ricetta è quella del classico film delle vacanze italiane, con le storie d'amore, gli ombrelloni e le… videochat. I Vanzina, aggiornati al 2020 e fruibili da un pubblico multi-generazionale, approdano nientemeno che su Netflix, piattaforma regina di tutte le produzioni, anche italiane, più seguite. 

Accanto alla “vecchia guardia” collaudata composta da Isabella Ferrari, Luca Ward e Andrea Roncato ci sono molte giovaniconferme, capitanate da Cristiano Caccamo (recentemente star di Celebrity Hunted con Fedez e Francesco Totti). Gli altri sono volti noti ai Millennial nelle produzioni più amate: Lorenzo Zurzolo viene da Baby, Ludovica Martino da Skam Italia, Saul Nanni da Alex & co e Sergio Ruggeri di Maggie and Bianca. Accanto a loro bucheranno lo schermo nomi forse meno familiari, ma che presto diventeranno teen idol (Davide Calgaro, Matteo Oscar Giuiggioli, Claudia Tranchese e Fotinì Peluso).

Leggete il nostro approfondimento qui sotto sul film per scoprire di più sulla trama, sui personaggi e sulla colonna sonora, firmata da Tommaso Paradiso.

Sotto il sole di Riccione: l'estate italiana su Netflix
Amori e amicizie in vacanza come ai tempi dei film dei Vanzina tra ombrelloni e pedalò. Per chi sogna un periodo di relax dopo un anno intenso, con la colonna sonora di Tommaso Paradiso


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Chiara Ferragni è forse incinta di una bambina, presto il piccolo Leone avrà una sorellina. L'indizio arriva dalla mamma della business woman, Marina di Guardo, che in video pubblicato sull'account Instagram di Fedez afferma Dai, adesso vedi, vi arriverà una bimba e sarà innamorata di te”. La frase arriva dopo i numerosi baci di mamma Chiara con il piccolo e Fedez “geloso” dell'intesa.

Una battuta o un'affermazione? La notizia non è stata confermata, ma i Ferragnez non hanno mai nascosto di voler allargare la famiglia. In ogni caso fan e tabloid hanno notato la frase fuoricampo. 

Noi, però, vi ricordiamo che già per la gravidanza di Leone era stato postato un video per la festa di compleanno di Fedez che immortalava il cantante mentre baciava il ventre di Chiara Ferragni. L’annuncio ufficiale era poi arrivato dopo quasi due settimane. 

Chiara Ferragni è incinta: l’annuncio. Il primo figlio si chiamerà Leone
La rivelazione di un amico della coppia. Chiara Ferragni è incinta e il suo primo figlio si chiamerà Leone

L'attenzione sulla coppia è tornata ai massimi livelli: Chiara Ferragni sta aspettando veramente una bambina?! Attendiamo conferme o smentite…



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Ho paura degli aghi, un rapporto anarchico con il cibo e sono di natura scettica, fatta eccezione per il quadro astrale. “Forse”, ho pensato, “Non sono la persona giusta per provare Reboot Bioenergetico, il percorso terapeutico ideato dalla clinica Sotherga Milano”. 

Mi sbagliavo. 

Ma andiamo con ordine. 

La clinica Sotherga Milano si trova in pieno centro, in via Fatebenefratelli, a metà strada fra Brera e Montenapoleone per chi non fosse pratico della città. Un luogo che ha la medicina nel cuore certo, ma dove gli ambienti “sterili” si alternano e fondono a esplosioni d'arte e creatività sorprendente. Ovunque opere, fotografie, sculture che richiamano bellezza e cura del corpo: una clinica con galleria d'arte così perfetta da sembrare uscita da un romanzo di Bret Easton Ellis (si parla di estetica eh, non fraintendete). 

(Eingeschränkte Rechte für bestimmte redaktionelle Kunden in Deutschland. Limited rights for specific editorial clients in Germany.) Massage machines The new 'hip massage machine' from the US (original caption) - photo: Kutschuk - 1928 - Published by: 'Berliner Morgenpost' 16.11.1928 Vintage property of ullstein bild (Photo by ullstein bild/ullstein bild via Getty Images)
New Shape
Il massaggio "Miracle Touch" di Carolina Dantas, la therapist più desiderata dalle star
Il suo numero di telefono sta facendo il giro di Milano e dintorni: tutte vogliono provare il Miracle Touch, il trattamento che drena e rimodella quasi come una liposcultura. Tra le clienti abituali, anche Chiara Ferragni, fresca di massaggio post lockdown.

Massima l'attenzione nei dettagli che, in questo periodo storico, vuol dire anche gel, mascherina e “zerbino” speciale atto a raccogliere, appena si entra, tutti i residui dell'ambiente esterno da cui si arriva. 

Compilata una scheda tecnica e letta l'informativa inizia il percorso Reboot Bioenergetico pensato proprio per chi, come me e circa 7 miliardi di persone, si senti stanco e stressato. E perché no?, dopo il lockdown anche un po' appesantito. 

Il mio primo incontro - e il mio primo “scontro” con una delle mie paure, gli aghi - è con il Dottor Tavera, specialista in Medicina dello Sport, esperto in Ozonoterapia ed I.V. Therapy. Dopo un colloquio conoscitivo Tavera prepara per me una formulazione personalizzata di un cocktail di nutraceutici (vitamine, minerali e altri composti biologici) che mi viene somministrata, appunto, attraverso una flebo. Il tutto è piacevole e naturale, come fare un trattamento viso, il senso di benessere immediato e, per quanto mi riguarda, aver superato la paura di aghi & Co. mi dà anche un'iniezione (mai parola fu più azzeccata) di fiducia.

Si passa dunque al secondo step del percorso che ha come sfondo lo studio della Dottoressa Cassano, Nutrizionista, Biologa Molecolare, Patologa Clinica e dott.ssa in Psicologia Clinica e della riabilitazione. Anche qui si parte con un dialogo informale ma scientifico per comprendere il mio stato nutrizionale, lo stile di vita e la qualità del sonno e gestione dello stress. Poi, stesa sul lettino, la Dottoressa Cassano mi fornisce un'analisi della forma fisica, della composizione corporea e del metabolismo basale. Con tutte queste informazioni - che fra l'altro è la prima volta che ricevo - l'esperta progetta un piano alimentare ad hoc per il raggiungimento dell’obiettivo desiderato (nel mio caso un paio di chili, cadeaux della Quarantena).

Superata la paura degli aghi e dato un ordine alla mia dieta eccomi pronta a scalare la montagna del mio scetticismo nei confronti dell'ultima tappa del percorso: la terapia emozionale. “Condotta” dal Dottor Zamboni, Specializzato in psicologia sperimentale e neuroscienze cognitivo comportamentali, la terapia si basa su una respirazione guidata ed digito-pressione di punti trigger. L'obiettivo? Il rilascio di blocchi emotivi, somatizzati nel tempo, alla base di malessere e pensieri negativi. 

Spoiler alert: probabilmente piangerete. E avrete già capito che il monte di scetticismo si è trasformato in una collina, poi in una pianura, poi in una spiaggia con il sole.

Per info: sotherga.com



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